Scuola, fine anno e stanchezza diffusa: docenti e ATA non possono essere lasciati soli davanti alle nuove fragilità degli studenti, necessario Psicologo scolastico.
- Confronto Scuola
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Il tempo dei bilanci dopo la fine dell’anno scolastico
L’anno scolastico è terminato e, come accade ogni volta che si chiude un percorso, arriva inevitabilmente il momento dei bilanci.
C’è la soddisfazione per il lavoro svolto, per gli studenti recuperati, per quelle situazioni che sembravano compromesse e che, invece, con pazienza, presenza e insistenza educativa sono state rimesse in cammino.
Perché la scuola è anche questo: non solo programmi da completare, verifiche da correggere, scrutini da chiudere e documenti da caricare. La scuola è soprattutto il luogo in cui, ogni giorno, si prova a non lasciare indietro nessuno.
E quando un ragazzo o una ragazza riesce a rialzarsi, quando ritrova fiducia, quando torna a credere di potercela fare, allora il senso profondo di questo lavoro riemerge con forza.
La soddisfazione per gli studenti recuperati
Ogni anno scolastico lascia dietro di sé numeri, voti, giudizi, esiti finali. Ma dentro quei numeri ci sono storie.
Ci sono studenti che hanno faticato, che hanno attraversato momenti difficili, che sembravano essersi persi. Ci sono percorsi complessi, famiglie preoccupate, consigli di classe che provano a trovare soluzioni, docenti che cercano una strada anche quando tutto sembra complicato.
Recuperare uno studente non significa soltanto portarlo alla sufficienza.
Significa, spesso, restituirgli fiducia. Significa fargli capire che non è definito da un voto, da un errore, da una fase negativa. Significa riaprire una possibilità.
Ed è proprio in questi momenti che la scuola mostra la sua parte più autentica: quella educativa, umana, profondamente sociale.
Una stanchezza che attraversa tutta la scuola
Accanto alla soddisfazione, però, oggi c’è anche un’altra verità che non può essere ignorata: la stanchezza.
Una stanchezza profonda, diffusa, che attraversa il personale scolastico in modo sempre più evidente. Non riguarda soltanto il singolo docente, il singolo collaboratore scolastico, il singolo assistente amministrativo o tecnico.
È una condizione collettiva, strutturale, che racconta molto della scuola italiana di oggi.
Lavorare nella scuola significa ormai sostenere un carico umano, emotivo, relazionale e organizzativo sempre più complesso.
Il docente non è più chiamato soltanto a trasmettere conoscenze. Deve ascoltare, osservare, mediare, contenere, motivare, comprendere. Deve intercettare segnali di disagio, gestire classi sempre più eterogenee, rispondere a bisogni educativi differenti, dialogare con le famiglie, adattare continuamente il proprio lavoro alle fragilità che emergono.
La scuola assorbe le fragilità della società
La scuola, ogni giorno, assorbe pezzi di società.
Assorbe le difficoltà familiari, le ansie degli adolescenti, la solitudine, la rabbia, il senso di smarrimento, la fragilità emotiva, le paure legate al futuro.
Tutto entra nelle aule.
Tutto arriva sui banchi.
Tutto, prima o poi, chiede una risposta.
E troppo spesso quella risposta viene chiesta esclusivamente alla scuola, come se docenti e personale ATA potessero bastare da soli a contenere ogni forma di disagio.
Ma non è così.
La scuola può fare moltissimo, ma non può diventare l’unico argine davanti a problemi che sono educativi, familiari, sociali e psicologici.
Il ruolo fondamentale dei collaboratori scolastici
In questo quadro, c’è una figura che merita di essere nominata con forza: quella dei collaboratori scolastici.
Troppo spesso vengono raccontati soltanto attraverso le mansioni pratiche, come se il loro ruolo si esaurisse nell’aprire un cancello, sorvegliare un corridoio, sistemare un’aula o garantire l’ordine degli spazi.
Ma chi vive davvero la scuola sa bene che non è così.
I collaboratori scolastici sono presenze silenziose ma fondamentali. Sono lì nei momenti di passaggio, nei corridoi, all’ingresso, davanti alle classi, durante gli intervalli, nei momenti in cui spesso emergono tensioni, malesseri, fragilità.
Sono, in molti casi, veri e propri punti di riferimento umani.
Vedono ciò che a volte non arriva subito dentro l’aula. Intercettano sguardi, silenzi, pianti, nervosismi, richieste implicite di aiuto. Conoscono gli studenti, li osservano, li accolgono.
E spesso diventano una presenza rassicurante, soprattutto per quei ragazzi e quelle ragazze che fanno più fatica a trovare un equilibrio.
Gli “angeli di corsia” della scuola
I collaboratori scolastici sono, senza retorica, gli “angeli di corsia” della scuola.
Non perché debbano sostituirsi ad altre figure professionali, ma perché rappresentano una presenza quotidiana, concreta, vicina.
Sono spesso i primi a vedere un ragazzo entrare con lo sguardo basso.
Sono quelli che notano se uno studente resta troppo tempo da solo in corridoio.
Sono quelli che, con una parola semplice, con un gesto umano, con una presenza discreta, riescono a intercettare qualcosa che altrimenti rischierebbe di passare inosservato.
Eppure anche loro, come i docenti e tutto il personale ATA, vengono lasciati troppo spesso soli davanti a una complessità che cresce.
La buona volontà non basta più
Oggi la scuola non può più essere pensata come un luogo in cui bastano buona volontà, dedizione e spirito di sacrificio.
Questi elementi sono importanti, ma non possono sostituire strumenti, risorse, personale, supporto professionale e presenza stabile di figure specializzate.
Le fragilità degli studenti e delle studentesse sono sempre più articolate. Non sempre si manifestano in modo evidente. A volte sono silenziose. A volte si nascondono dietro comportamenti oppositivi, scarso rendimento, assenze frequenti, isolamento, apatia o rabbia.
Dietro un’insufficienza può esserci molto più di una lezione non studiata.
Dietro un comportamento difficile può esserci molto più di una semplice mancanza di disciplina.
Dietro il silenzio di uno studente può esserci un disagio che nessun voto riesce a raccontare.
Docenti e ATA non possono farsi carico di tutto
È proprio per questo che la scuola non può continuare a reggere tutto da sola.
Docenti, collaboratori scolastici, assistenti amministrativi, assistenti tecnici e dirigenti scolastici svolgono ogni giorno un lavoro enorme, spesso invisibile, spesso dato per scontato.
Ma non si può chiedere al personale scolastico di diventare contemporaneamente docente, educatore, psicologo, assistente sociale, mediatore familiare e contenitore emotivo universale.
Non è sostenibile.
Non è giusto.
E soprattutto non è efficace.
Chi lavora nella scuola può accogliere, osservare, accompagnare, segnalare, sostenere. Ma servono anche figure professionali dedicate, capaci di intervenire con competenze specifiche sulle fragilità emotive e psicologiche che oggi attraversano sempre più spesso gli ambienti scolastici.
Lo psicologo scolastico non è più un tabù
La figura dello psicologo scolastico, fino a qualche anno fa percepita da qualcuno quasi come un tabù, oggi deve essere considerata una necessità.
Non un progetto occasionale.
Non un servizio attivato solo quando ci sono fondi.
Non una presenza sporadica legata all’emergenza del momento.
Lo psicologo scolastico deve diventare una figura strutturale e stabile all’interno delle istituzioni scolastiche.
Serve agli studenti, che hanno bisogno di spazi sicuri in cui dare un nome alle proprie difficoltà.
Serve alle famiglie, spesso disorientate davanti a segnali che non sanno interpretare.
Serve ai docenti, che non possono essere lasciati soli davanti a situazioni sempre più complesse.
Serve al personale ATA, che vive quotidianamente la scuola nei suoi momenti più concreti e spesso più delicati.
Serve all’intera comunità scolastica.
Il benessere degli studenti passa anche dal benessere del personale
Continuare a pensare che tutto possa essere scaricato sulle spalle del personale scolastico significa non voler vedere la realtà.
La scuola italiana è piena di professionalità straordinarie, ma anche la professionalità più forte ha bisogno di essere sostenuta.
Non si può chiedere alla scuola di essere presidio educativo, sociale, emotivo, culturale e civile senza dotarla degli strumenti necessari.
Non si può parlare di benessere degli studenti ignorando il benessere di chi ogni giorno lavora con loro.
Non si può continuare a invocare inclusione, attenzione alle fragilità e centralità della persona se poi le istituzioni scolastiche vengono lasciate a gestire tutto con risorse insufficienti.
Una scuola che non deve solo resistere
La fine dell’anno scolastico, allora, non deve essere soltanto il momento dei saluti e dei bilanci.
Deve diventare anche l’occasione per una riflessione più ampia.
Abbiamo bisogno di una scuola che non si limiti a resistere.
Abbiamo bisogno di una scuola che venga realmente messa nelle condizioni di accompagnare, sostenere, prevenire, ascoltare.
Perché stanno crescendo generazioni nuove, con fragilità nuove, linguaggi nuovi, paure nuove e bisogni sempre più complessi.
Servono scelte concrete per sostenere la scuola
Una cosa va detta con chiarezza: docenti, collaboratori scolastici e personale ATA fanno già moltissimo.
Ma da soli non possono farcela.
La scuola non ha bisogno soltanto di parole di riconoscenza. Ha bisogno di scelte concrete, risorse vere e figure professionali stabili.
Tra queste, rendere strutturale la presenza dello psicologo scolastico non è più rinviabile.
Perché prendersi cura della scuola significa prendersi cura di chi la vive ogni giorno: studenti, docenti, personale ATA, famiglie e comunità educante.
E se davvero vogliamo una scuola capace di guardare al futuro, dobbiamo smettere di lasciarla sola nel presente.




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