Orario di servizio e ore buca: esiste un limite massimo? Cosa può fare il docente

Con l’avvio delle lezioni torna uno dei problemi più frequenti legati alla predisposizione dell’orario: le cosiddette ore buca, cioè gli intervalli tra due ore di insegnamento durante i quali il docente non ha lezione.
La situazione può diventare particolarmente pesante per chi lavora lontano da casa. Un insegnante pendolare, infatti, potrebbe non avere alcuna convenienza a lasciare la scuola durante l’intervallo e trovarsi così a trascorrere nell’istituto molte più ore rispetto a quelle effettivamente destinate all’insegnamento.
Ma esiste un numero massimo di ore buca settimanali? E cosa può fare un docente quando nota una forte disparità rispetto ai colleghi?
Quante ore buca può avere un docente?
Non esiste nel CCNL né nella normativa nazionale un numero massimo generalizzato di ore buca che possa essere assegnato a ciascun insegnante.
Per la scuola secondaria, l’orario ordinario di insegnamento è di 18 ore settimanali, distribuite su almeno cinque giorni.
L’assenza di un tetto nazionale, però, non significa che l’orario possa essere costruito senza criteri.
Il D.Lgs. 297/1994 individua infatti le competenze dei diversi organi scolastici: il Consiglio di Istituto, ai sensi dell’articolo 10, stabilisce i criteri generali; il Collegio dei docenti, secondo l’articolo 7, formula le proprie proposte; il Dirigente scolastico, nell’ambito delle competenze previste dall’articolo 396, procede alla formulazione dell’orario.
La gestione organizzativa deve inoltre essere letta alla luce delle competenze dirigenziali previste dal D.Lgs. 165/2001.
La singola scuola può stabilire un limite
È proprio questo uno degli aspetti che il docente dovrebbe verificare.
Anche se non esiste un tetto nazionale, l’istituto può aver adottato propri criteri per distribuire le ore buca in maniera equilibrata.
Ad esempio, può essere stato stabilito un massimo di una o due ore settimanali per ciascun docente oppure un criterio diretto a evitare forti disparità tra il personale.
Nell’ambito della contrattazione integrativa possono inoltre assumere rilievo le condizioni previste per particolari forme di flessibilità richieste al personale.
Per capire se quattro ore buca siano giustificate, quindi, non basta confrontare il proprio orario con quello dei colleghi: bisogna conoscere i criteri adottati dalla scuola e verificare come siano stati applicati.
Durante l’ora buca bisogna rimanere a scuola?
Un altro punto importante riguarda la natura dell’ora buca.
L’ora buca, di per sé, non è un’ora di insegnamento né comporta automaticamente un obbligo di vigilanza o di permanenza nell’edificio.
Se il docente non è impegnato in altre attività di servizio, può quindi allontanarsi dalla scuola e rientrare in tempo per la lezione successiva.
La questione sarebbe differente se durante quell’intervallo l’amministrazione imponesse al lavoratore di rimanere a propria disposizione.
Sul piano generale, il tema del tempo durante il quale il lavoratore è obbligato a restare a disposizione del datore di lavoro trova riferimenti nell’articolo 2107 del Codice civile, nel D.Lgs. 66/2003 e nella giurisprudenza in materia di orario di lavoro, tra cui viene richiamata la sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, n. 17511/2010.
Un numero particolarmente elevato di intervalli non compensati può comunque diventare fonte di contestazione, soprattutto quando determina una distribuzione dell’orario fortemente squilibrata rispetto al resto del personale.
Perché si formano le ore buca?
Costruire l’orario di una scuola significa mettere insieme numerosi vincoli.
La commissione orario e i collaboratori del Dirigente devono conciliare le esigenze delle classi con quelle derivanti dalla disponibilità di docenti, spazi e strutture.
Possono incidere, ad esempio, la distribuzione equilibrata delle discipline nell’arco della settimana, l’alternanza tra attività teoriche e pratiche, le esigenze legate alle verifiche scritte, l’utilizzo di laboratori e palestre, l’IRC, le compresenze, i docenti che lavorano in più scuole e il personale in part-time.
In alcuni istituti possono esserci anche vincoli particolari: una palestra disponibile soltanto in determinate fasce orarie o classi che devono spostarsi per svolgere attività motorie.
Queste esigenze hanno normalmente priorità rispetto alle preferenze personali, ma i criteri organizzativi dovrebbero essere applicati in maniera equilibrata al personale, evitando che le criticità dell’orario vengano concentrate senza motivo su un singolo insegnante.
Anche i “desiderata” possono incidere
Bisogna poi considerare eventuali richieste presentate dal docente.
Chi ha chiesto, ad esempio, un determinato giorno libero oppure specifici orari di ingresso o di uscita potrebbe ritrovarsi con qualche intervallo aggiuntivo proprio per consentire alla scuola di rispettare quella preferenza.
Cosa può fare concretamente il docente?
Il primo passaggio è verificare se l’orario sia ancora provvisorio e chiedere informalmente alla commissione incaricata se le ore buca siano destinate a rimanere anche nella versione definitiva.
È poi opportuno controllare i criteri adottati dalla scuola per la formulazione dell’orario, in particolare per capire se sia stato previsto un limite o un criterio di equa distribuzione delle ore buca.
Se il problema rimane, il docente può rivolgersi per iscritto al Dirigente scolastico, rappresentando la propria situazione e chiedendo di conoscere i criteri applicati.
E se la scuola ha previsto meno ore buca rispetto a quelle assegnate?
Se dagli atti dell’istituto emerge, ad esempio, che è stato stabilito un massimo di due ore buca settimanali e un docente se ne ritrova di più senza una particolare ragione organizzativa.
In quel caso esiste un elemento concreto sul quale chiedere una revisione dell’orario.
Se il confronto con la Dirigenza non porta a una soluzione, il docente può rivolgersi alle RSU dell’istituto o a un’organizzazione sindacale territoriale, chiedendo di verificare la corretta applicazione dei criteri adottati dalla scuola.




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