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Ritorno a scuola, un docente su due segnala stress: ansia, insonnia e pressione psicologica.

Immagine del redattore: Debora De Patto
Debora De Patto
3 set
Tempo di lettura: 4 min
Ritorno a scuola, un docente su due segnala stress

Il ritorno in classe non rappresenta per tutti i docenti soltanto l’inizio di un nuovo anno scolastico. Per una parte consistente del personale coincide con un aumento di stress, ansia e pressione psicologica, alimentati dai carichi di lavoro e dalle difficoltà che accompagnano quotidianamente la professione.

Quasi il 50% degli insegnanti della scuola secondaria di primo grado dichiara di vivere situazioni di stress cronico.



Il lavoro incide anche sulla salute dei docenti

Il disagio non riguarda esclusivamente il periodo immediatamente precedente al rientro.

Secondo i dati riportati nell’approfondimento dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro e ripresi dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, il 24% del personale scolastico ritiene che la professione abbia conseguenze negative sulla propria salute mentale, mentre un ulteriore 22% segnala ripercussioni sulla salute fisica.

In alcuni casi l’ansia legata alla ripresa delle lezioni arriva inoltre a condizionare il periodo di vacanza, rendendo più difficile recuperare energie prima dell’inizio del nuovo anno.



Dalla burocrazia ai rapporti con famiglie e studenti: cosa pesa sugli insegnanti

Alla base del malessere ci sono diversi fattori legati all’organizzazione e alle caratteristiche stesse del lavoro.

Tra questi rientrano la gestione dei conflitti tra studenti, i rapporti con le famiglie e con i colleghi, l’aumento degli adempimenti burocratici e una comunicazione professionale che, attraverso messaggi ed e-mail, può estendersi anche oltre l’orario di lavoro.

A questi elementi si aggiungono la questione delle retribuzioni e la percezione di una scarsa considerazione sociale della professione docente.

Non si tratta quindi necessariamente di una difficoltà legata a un singolo episodio, ma di pressioni che, quando diventano continue, possono trasformarsi in stress lavoro-correlato.



Insonnia, irritabilità e stanchezza: i segnali da non sottovalutare

Il burnout è stato riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2019 come fenomeno occupazionale conseguente a uno stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo.

I segnali possono comparire progressivamente: insonnia, affaticamento persistente, irritabilità e difficoltà di concentrazione, ai quali possono associarsi manifestazioni fisiche come cefalea, tensioni muscolari, tachicardia e disturbi gastrointestinali.

Le conseguenze possono riflettersi non soltanto sulla persona, ma anche sull’organizzazione del lavoro, favorendo assenze e turnover e incidendo sulla qualità dell’attività professionale.



Stress sul lavoro, il problema riguarda tutta Europa

La situazione del personale scolastico si inserisce in un fenomeno più ampio.

Secondo l’indagine OSH Pulse 2025 di EU-OSHA, il 29% dei lavoratori europei riferisce stress, depressione o ansia collegati all’attività professionale, mentre oltre il 40% dichiara di lavorare sotto pressione a causa di tempi e carichi eccessivi.

Anche i dati italiani mostrano la dimensione del problema. Nel 2025 l’INAIL ha registrato 98.463 denunce di malattia professionale, con un incremento dell’11,3% rispetto all’anno precedente.

La sesta Indagine INAPP sulla Qualità del lavoro, condotta su circa 20mila occupati, evidenzia inoltre che il 57% è esposto a un significativo carico psicologico ed emotivo, mentre il 18% considera il proprio lavoro un rischio per la salute.



Anche la trasformazione digitale può aumentare la pressione

Nel quadro dei rischi psicosociali entra anche la trasformazione tecnologica del lavoro.

I dati riportano livelli di stress superiori alla media tra chi utilizza strumenti di intelligenza artificiale: 76,2% contro il 70,6%.

L’introduzione di nuovi strumenti, se accompagnata da continui cambiamenti organizzativi e dalla necessità di adattarsi rapidamente a procedure differenti, può quindi rappresentare un ulteriore elemento da considerare nella prevenzione dello stress professionale.

Il problema, peraltro, non riguarda soltanto gli insegnanti. Condizioni simili vengono riscontrate anche nella sanità, nell’assistenza sociosanitaria, nell’emergenza-urgenza, nei trasporti, nella logistica e nelle forze dell’ordine, settori nei quali possono sommarsi carichi elevati, carenze di personale, precarietà e conflitti organizzativi.



Quando il sacrificio viene confuso con la dedizione

Treccani richiama infine l’attenzione su un aspetto culturale: l’idea che il sacrificio e la capacità di sopportare la fatica rappresentino necessariamente un valore professionale.

Il rischio è quello di interpretare l’esaurimento come dimostrazione di dedizione al proprio lavoro, finendo per normalizzare condizioni che, invece, possono rappresentare un segnale di disagio.

La prevenzione dei rischi psicosociali diventa quindi una questione centrale anche nella scuola. Quando ansia, insonnia, stanchezza o altri sintomi persistono e iniziano a interferire con la vita professionale, familiare o sociale, le indicazioni degli organismi internazionali richiamano l’importanza di non sottovalutarli e, quando necessario, rivolgersi al proprio medico.

Perché la qualità della scuola passa anche dalle condizioni di chi ogni giorno lavora nelle classi: la dedizione all’insegnamento non dovrebbe coincidere con l’esaurimento di chi insegna.



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