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Per Vannacci la Naspi è un «reddito di cittadinanza legalizzato». I precari della scuola sono costretti a richiederla: lo Stato li assuma e il problema è risolto

  • Immagine del redattore: Debora De Patto
    Debora De Patto
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 4 min
La Naspi? Per Vannacci è un «reddito di cittadinanza legalizzato».

Il generale Roberto Vannacci, fondatore del neo partito Futuro Nazionale, torna a parlare di lavoro e welfare e questa volta mette nel mirino la Naspi, l’indennità di disoccupazione destinata ai lavoratori che perdono involontariamente il proprio impiego.


Secondo Vannacci, il sistema finirebbe per favorire quelli che definisce veri e propri «professionisti della Naspi», capaci di alternare periodi di lavoro e disoccupazione fino a trasformare l’indennità in una sorta di «reddito di cittadinanza legalizzato».


Parole destinate a far discutere, soprattutto nel mondo della scuola, dove ogni anno migliaia di docenti e lavoratori precari si ritrovano senza contratto alla fine delle lezioni e sono costretti a presentare domanda di disoccupazione in attesa di una nuova supplenza.



Il meccanismo descritto da Vannacci

Secondo la ricostruzione di Vannacci, dopo quattro anni di lavoro continuativo un lavoratore maturerebbe due anni di Naspi. Il generale fa quindi questo esempio: dopo aver percepito l’indennità per sei mesi, il lavoratore accetta un nuovo impiego della durata di altri sei mesi. In questo periodo la Naspi viene interrotta, ma i sei mesi lavorati consentirebbero, secondo il suo ragionamento, di maturare altri tre mesi di indennità.

In pratica, ai 18 mesi di Naspi ancora disponibili dopo i primi sei mesi se ne aggiungerebbero altri tre maturati grazie al nuovo periodo di lavoro. Ripetendo questo schema — sei mesi di Naspi, sei mesi di lavoro e nuova quota di indennità maturata — secondo Vannacci sarebbe possibile prolungare per anni l’alternanza tra lavoro e sussidio.

Da qui la sua conclusione: «Con 24 mesi di Naspi iniziale si possono gestire dieci anni di vita lavorando, in pratica, solo sei mesi all’anno».


Il «reddito di cittadinanza legalizzato»

Per Vannacci un utilizzo di questo tipo trasformerebbe la Naspi in una sorta di «reddito di cittadinanza legalizzato», consentendo ad alcuni lavoratori di alternare volontariamente occupazione e sussidio.

Il generale sostiene inoltre che il costo di questo meccanismo finirebbe per gravare sulla collettività e, in particolare, su quanti lavorano durante tutto l’anno senza beneficiare dell’indennità. Nel suo ragionamento arriva anche a ipotizzare situazioni nelle quali, durante il periodo coperto dalla Naspi, alcuni percettori potrebbero svolgere un’attività lavorativa nel proprio Paese d’origine, cumulando di fatto due entrate.

Un quadro che, tuttavia, rischia di mettere sullo stesso piano situazioni profondamente differenti.



E poi ci sono i precari della scuola

Nel mondo della scuola la Naspi ha infatti un significato molto diverso. Per migliaia di docenti e personale precario non rappresenta uno strumento attraverso il quale scegliere di lavorare soltanto una parte dell’anno, ma la conseguenza diretta di contratti che lo stesso sistema scolastico continua a stipulare a tempo determinato.

È il caso, soprattutto, delle supplenze con scadenza al 30 giugno. Terminato il contratto, il docente smette di percepire lo stipendio e, se possiede i requisiti previsti dalla normativa, può presentare domanda di Naspi. Non sa necessariamente quando arriverà la successiva convocazione, né può avere la certezza di ottenere immediatamente un nuovo incarico.

Per molti insegnanti, dunque, la disoccupazione estiva non è una scelta. È l’effetto della precarietà lavorativa.



Non “professionisti della Naspi”, ma professionisti precari

Ed è qui che le parole di Vannacci si scontrano con una delle contraddizioni storiche del sistema scolastico italiano. Un docente può insegnare per anni, essere chiamato ogni settembre, lavorare nelle stesse scuole e svolgere le stesse mansioni dei colleghi di ruolo, salvo poi vedere interrompersi il proprio contratto alla fine di giugno.

A quel punto resta senza stipendio e deve ricorrere alla Naspi fino all’eventuale nuova nomina.

Il paradosso è evidente: mentre nel dibattito politico si denuncia il rischio di persone che sceglierebbero di alternare lavoro e disoccupazione, nella scuola esistono lavoratori che questa alternanza la subiscono.

Docenti che spesso non chiedono altro che poter lavorare per dodici mesi all’anno, con un contratto stabile e senza dover presentare, estate dopo estate, una nuova domanda di disoccupazione.

Per loro la Naspi non è un «reddito di cittadinanza legalizzato». È la rete di protezione prevista dall’ordinamento durante i mesi nei quali lo Stato, dopo averli utilizzati per garantire il funzionamento delle scuole, non assicura loro la continuità del contratto.

Ed è forse proprio questa distinzione che dovrebbe trovare spazio nel dibattito: prima di parlare di «professionisti della Naspi», occorre chiedersi quanti lavoratori siano davvero nelle condizioni di scegliere la disoccupazione e quanti, invece, siano semplicemente professionisti costretti da anni a rimanere precari.


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