Stipendi italiani tra i peggiori d’Europa: nel 2026 continua il calo del potere d’acquisto. La scuola resta tra i comparti più penalizzati
Aggiornamento: 24 lug

L’Italia continua a perdere terreno sul fronte delle retribuzioni. Mentre il costo della vita continua a crescere, gli stipendi faticano a tenere il passo e il potere d’acquisto dei lavoratori si riduce ulteriormente.
Secondo le più recenti proiezioni dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), nel 2026 i salari reali italiani subiranno un’ulteriore contrazione dello 0,9%. Un dato che conferma una tendenza ormai consolidata: rispetto al primo trimestre del 2021, il potere d’acquisto dei lavoratori italiani si è ridotto del 6,1%, tra le peggiori performance registrate tra i Paesi avanzati.
Un problema che parte da lontano
La perdita di potere d’acquisto non è riconducibile esclusivamente all’inflazione degli ultimi anni. Da tempo, infatti, la dinamica salariale italiana risulta molto più debole rispetto a quella delle principali economie europee. Mentre in Paesi come Germania, Francia e Spagna le retribuzioni hanno mostrato una ripresa, in Italia gli aumenti non sono riusciti a compensare il rincaro del costo della vita.
La scuola resta tra i settori più penalizzati
Tra i comparti che maggiormente risentono di questa situazione figura quello dell’istruzione. Secondo diverse organizzazioni sindacali, il personale scolastico continua a registrare retribuzioni significativamente inferiori rispetto ad altri dipendenti pubblici, nonostante l’aumento delle responsabilità e degli adempimenti richiesti negli ultimi anni.
Particolarmente critica viene ritenuta la situazione del personale ATA, per il quale si evidenzia un forte ritardo nell’adeguamento delle retribuzioni rispetto all’evoluzione delle mansioni svolte. Anche i docenti continuano a scontare una crescita stipendiale considerata insufficiente rispetto all’aumento del costo della vita.
Precariato e progressione economica
Tra gli elementi più criticati vi sono anche il lungo ricorso ai contratti a tempo determinato e gli attuali meccanismi di progressione economica, ritenuti troppo lenti. Molti supplenti restano precari per diversi anni con stipendi contenuti, mentre gli incrementi legati all’anzianità di servizio richiedono tempi molto lunghi prima di essere riconosciuti.
Le proposte sul tavolo
Tra le proposte avanzate negli ultimi mesi per sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori figurano la riduzione della tassazione sugli aumenti contrattuali, la detassazione di una parte del salario accessorio, l’aggiornamento dell’indennità integrativa speciale, il riconoscimento del burnout e del lavoro usurante per il personale scolastico, oltre a una revisione delle norme sul trattamento di fine rapporto.
Le ipotesi allo studio del Governo
In vista della prossima legge di Bilancio, il Governo starebbe valutando alcune misure fiscali dedicate ai rinnovi contrattuali del pubblico impiego. Tra le ipotesi circolate vi è la possibilità di introdurre una detassazione degli aumenti retributivi e dei premi di produttività, con l’obiettivo di attenuare gli effetti dell’inflazione sui redditi dei lavoratori pubblici.
Resta ora da capire se le misure che saranno inserite nella manovra riusciranno a incidere concretamente sul divario retributivo che continua a caratterizzare il settore scolastico rispetto ad altri comparti della Pubblica Amministrazione.
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