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Maestre condannate: 60 mila euro di risarcimento al Ministero per maltrattamenti sugli alunni. Adottavano metodi “di vecchio stampo”

  • Immagine del redattore: Debora De Patto
    Debora De Patto
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 3 min

La Procura ha citato in giudizio due maestre, chiedendo che fossero condannate a risarcire il Ministero dell’Istruzione e del Merito per circa 60 mila euro. Secondo l’accusa, le insegnanti avrebbero tenuto comportamenti ripetuti riconducibili al reato di maltrattamenti previsto dall’art. 572 del codice penale. Dopo il rinvio a giudizio, entrambe sono state ritenute responsabili e condannate in primo grado.


La vicenda processuale

Le due imputate, insieme al Ministero dell’Istruzione in qualità di responsabile civile, sono state condannate a risarcire i danni alle parti civili. La Procura ha precisato che, al momento dell’avvio del giudizio, il Ministero aveva già versato circa 60 mila euro in esecuzione della sentenza di primo grado. Per questo motivo ha chiesto che le due docenti fossero condannate a rifondere all’Amministrazione il danno subito per tale esborso. Dagli atti risulta inoltre che il processo penale di appello contro la sentenza di condanna è tuttora pendente.


Limiti alla libertà di insegnamento

La Corte dei Conti per la Toscana, con la sentenza n. 117 del 2025, ha chiarito i confini entro cui deve esercitarsi la libertà di insegnamento. Tale libertà, garantita dall’art. 33 della Costituzione, non può in alcun caso giustificare comportamenti che ledano la dignità personale o l’integrità psicofisica degli alunni. Nella Costituzione, infatti, assumono rilievo prevalente la tutela del diritto alla salute e il pieno sviluppo della personalità del minore all’interno delle formazioni sociali, tra cui rientra la scuola.


Nel caso esaminato, la Corte ha osservato che le condotte tenute dalle due docenti, pur diverse per intensità e frequenza e ricostruite anche attraverso le intercettazioni audio e video, non possono essere considerate espressione della libertà di insegnamento né ritenute conformi ai doveri professionali e deontologici dell’insegnante. La difesa di una delle convenute aveva sostenuto che la docente fosse una “maestra di vecchio stampo” e che i fatti contestati fossero riconducibili ai suoi metodi didattici, adottati in una classe particolarmente difficile da gestire. Argomentazione che la Corte non ha ritenuto condivisibile: la violenza, sia verbale sia fisica, non può mai costituire una modalità educativa accettabile. Anche forme di violenza ritenute lievi non rientrano tra gli strumenti correttivi legittimamente utilizzabili dagli insegnanti (Cass. pen., sez. VI, n. 74/2020).


I fatti contestati

Gli episodi oggetto di contestazione, peraltro, risultano numerosi. In una circostanza, l’insegnante prende un’alunna "per il polso destro, la fa alzare dal posto e la conduce davanti alla lavagna con il quaderno in mano”, rimproverandola mentre le tocca una spalla e le punta il dito davanti al volto. Nella stessa giornata “colpisce sulla testa un bambino con dei fogli che ha in mano”.

Il giorno seguente, solleva il viso di un bambino che non riusciva a leggere, “spingendogli il mento in su con l’indice della propria mano destra” ; in un’altra occasione, riferendosi a un bambino, lo insulta definendolo “idiota” e “imbecille”. Durante la correzione dei compiti, mentre alcuni alunni sono in fila, bussa un bambino due volte sulla testa con le nocche e lo rimprovera duramente per il lavoro svolto. In un’ulteriore giornata si avvicina a una bambina urlandole contro, minacciando di colpirla con un libro; poco dopo, nella stessa mattinata, bussa due volte le nocche sulla testa di un altro alunno e lo mette in modo brusco a sedersi composto al banco.

La maestra, inoltre, mentre corregge i compiti, leggermente lievemente un bambino sulla testa con le nocche dopo averlo rimproverato e, pochi minuti dopo, lancia improvvisamente il quaderno verso un alunno seduto al secondo banco.


La decisione della Corte dei Conti

Alla luce degli elementi acquisiti, la Corte dei Conti ha accolto la richiesta del Pubblico ministero, condannando le due docenti al risarcimento del danno in favore del Ministero dell’Istruzione e del Merito.

 
 
 

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