Concorsi pubblici, posti riservati a chi ha più figli: la proposta di Futuro Nazionale che fa discutere
- Debora De Patto
- 6 minuti fa
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Premiare chi ha più figli anche quando partecipa a un concorso pubblico. È una delle proposte contenute nel programma di Futuro Nazionale, il movimento guidato da Roberto Vannacci, e basta questa ipotesi per aprire una questione.
L’idea è quella di destinare una quota dei posti disponibili nei concorsi pubblici ai genitori appartenenti a famiglie numerose. Una forma di tutela che i promotori inseriscono tra gli strumenti con cui affrontare una delle emergenze più profonde del Paese: la denatalità.
I numeri, del resto, descrivono una situazione difficile. Nel 2025 il numero medio di figli per donna in Italia è sceso a 1,14, raggiungendo un nuovo minimo storico. Il problema demografico esiste, dunque. Molto meno scontato è stabilire quali siano gli strumenti più efficaci — e giuridicamente sostenibili — per affrontarlo.
Perché si parla di “quote azzurre”
La definizione scelta ha inevitabilmente attirato l’attenzione. Chiamarle “quote azzurre” richiama immediatamente le “quote rosa”, nate però con una finalità differente: contrastare la sottorappresentazione femminile in determinati settori della vita politica, economica e istituzionale.
Nel caso prospettato da Futuro Nazionale, il criterio sarebbe invece collegato alla presenza di più figli all’interno della famiglia.
Un dettaglio merita di essere precisato. Non si tratterebbe, almeno sulla base della formulazione resa pubblica, di una riserva destinata esclusivamente agli uomini. Il riferimento è ai genitori delle famiglie numerose e, quindi, potenzialmente sia alle madri sia ai padri.
Resta però evidente la forza politica della denominazione scelta, soprattutto perché la proposta si inserisce in una visione più complessiva della famiglia e dei rapporti tra uomini e donne che ha provocato reazioni molto dure da parte delle opposizioni.
Non c’è soltanto la riserva nei concorsi
Nel progetto politico di Futuro Nazionale la questione demografica viene affrontata attraverso diversi interventi.
Tra le ipotesi figurano agevolazioni legate al numero dei figli, strumenti fiscali costruiti intorno al nucleo familiare e misure previdenziali rivolte alle madri. Al centro c’è l’idea di attribuire alla famiglia con figli un ruolo particolarmente rilevante per il futuro economico e sociale del Paese.
A suscitare le maggiori contestazioni è però l’impostazione culturale che accompagna queste proposte. Il programma rivendica infatti un modello sociale fondato anche sulla differenza dei ruoli tra uomini e donne e recupera esplicitamente il concetto di “patriarcato mediterraneo”.
È su questo terreno che lo scontro diventa inevitabilmente politico e culturale.
Da una parte c’è chi considera necessario riconoscere maggiormente, anche economicamente, il contributo delle famiglie che decidono di avere più figli. Dall’altra c’è chi teme che politiche di questo tipo possano trasformarsi in un ritorno a modelli nei quali le scelte familiari finiscono per determinare anche opportunità professionali e sociali.
Ma avere più figli può diventare un vantaggio in un concorso?
È probabilmente questa la domanda più interessante.
Un concorso pubblico serve a selezionare personale per la pubblica amministrazione sulla base di regole che devono rispettare i principi costituzionali di uguaglianza, imparzialità e buon andamento.
Ciò non significa, tuttavia, che tutte le procedure siano completamente prive di riserve.
L’ordinamento italiano conosce già meccanismi che attribuiscono una quota dei posti disponibili a determinate categorie. Le finalità possono essere diverse e sono stabilite direttamente dalla legge.
Uno degli esempi più recenti riguarda proprio i giovani che hanno svolto il servizio civile.
Il precedente della riserva per il servizio civile
Nei concorsi pubblici per l’assunzione di personale non dirigenziale è prevista, a determinate condizioni, una riserva del 15% dei posti per chi ha concluso senza demerito il servizio civile.
La disciplina, inizialmente collegata al Servizio civile universale, è stata successivamente ampliata.
Con l’intervento legislativo del 2025 sono stati infatti ricompresi anche coloro che hanno concluso senza demerito il Servizio civile nazionale disciplinato dalla legge n. 64 del 2001.
È una modifica particolarmente significativa perché interessa una platea molto più ampia di persone che negli anni hanno dedicato un periodo della propria vita ad attività di carattere sociale, assistenziale, culturale, ambientale o di protezione civile.
La logica della norma è facilmente individuabile: riconoscere nell’accesso al pubblico impiego un’esperienza che il legislatore considera utile per la collettività.
Servizio civile, non tutte le esperienze sono uguali
La questione è diventata anche oggetto di contenzioso.
Il passaggio dal vecchio Servizio civile nazionale al Servizio civile universale ha infatti creato situazioni nelle quali è stato necessario stabilire quali esperienze potessero effettivamente essere considerate ai fini della riserva.
La giurisprudenza amministrativa ha affrontato proprio il periodo successivo alla riforma del 2017, chiarendo che non sempre è sufficiente fermarsi alla denominazione formale utilizzata all’epoca.
Diversa è invece la situazione del servizio prestato come alternativa agli obblighi di leva: non tutte le esperienze riconducibili genericamente alla definizione di “servizio civile” producono automaticamente il diritto alla riserva.
Per chi partecipa a un concorso, quindi, diventano fondamentali il periodo in cui il servizio è stato svolto, la disciplina applicabile e le caratteristiche concrete dell’esperienza maturata.
Due riserve, due logiche molto diverse
Accostare la riserva del servizio civile alle eventuali “quote azzurre” permette di mettere a fuoco il problema.
Nel primo caso il vantaggio è collegato a un’attività svolta a favore della collettività e riconosciuta dal legislatore.
Nel secondo verrebbe invece preso in considerazione un elemento appartenente alla vita familiare del candidato: essere genitore e avere un determinato numero di figli.
La differenza non è marginale.
Se domani una proposta del genere dovesse trasformarsi in una norma, sarebbe necessario stabilire chi potrebbe beneficiare della riserva, quanti posti verrebbero destinati, cosa si intenderebbe per famiglia numerosa e come il meccanismo dovrebbe coordinarsi con le altre riserve già esistenti.
E, soprattutto, si aprirebbe inevitabilmente il tema della compatibilità della misura con i principi che regolano l’accesso agli impieghi pubblici.
La natalità si può incentivare attraverso un concorso?
Alla fine il punto è proprio questo.
L’Italia ha bisogno di politiche contro la denatalità. Su questo il confronto politico trova un terreno almeno in parte comune. Le differenze emergono quando si passa dagli obiettivi agli strumenti.
Aiutare economicamente chi cresce dei figli, migliorare i servizi per l’infanzia, intervenire sul costo della casa, sostenere l’occupazione dei genitori e rendere più semplice conciliare lavoro e famiglia sono interventi che agiscono direttamente sulle difficoltà incontrate da chi decide di avere un figlio.
Riservare posti nei concorsi pubblici segue invece una strada completamente diversa: utilizza l’accesso al lavoro pubblico come incentivo collegato alla condizione familiare.
Ed è proprio questa scelta a rendere le “quote azzurre” una proposta destinata a far discutere.
Perché dietro una formula capace di attirare immediatamente l’attenzione si nasconde una domanda molto concreta: per sostenere la natalità è giusto attribuire un vantaggio in un concorso pubblico a chi ha più figli?
Oppure il posto nella pubblica amministrazione dovrebbe restare il più possibile separato dalle scelte familiari dei candidati?
Se la proposta di Futuro Nazionale dovesse un giorno arrivare in Parlamento, il confronto non riguarderebbe soltanto natalità e famiglia. Riguarderebbe anche il significato stesso del concorso pubblico e il confine tra politiche sociali, merito e uguaglianza nell’accesso al lavoro.




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