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Prof rispiega il corsivo in quinta superiore: dalla tastiera al foglio

  • Immagine del redattore: Debora De Patto
    Debora De Patto
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Una professoressa alla lavagna che ripassa l’alfabeto in corsivo, lettera dopo lettera. Nulla di strano, se non fosse che davanti a lei non ci sono bambini delle elementari, ma studenti di quinta superiore, a pochi mesi dalla Maturità.

Il video, diventato virale su TikTok, ha acceso un dibattito che va ben oltre l’episodio in sé. Tra commenti increduli e testimonianze dirette (“anche da noi è così”), emerge un dato difficile da ignorare: sempre più studenti faticano a scrivere in corsivo.


Un problema meno folkloristico di quanto sembri

La scena può far sorridere, ma la questione è tutt’altro che marginale. La progressiva scomparsa del corsivo non è solo una curiosità generazionale: ha ricadute concrete sulla vita scolastica.

Dalla presa di appunti alla gestione delle verifiche scritte, fino alla prova regina della Maturità, la scrittura a mano resta una competenza richiesta. E quando manca, il conto arriva puntuale.

Secondo diversi insegnanti, molti studenti oggi scrivono esclusivamente in stampatello, spesso in modo lento e incerto. Non è raro trovare elaborati che mescolano stili diversi nella stessa parola, segno di una competenza mai davvero consolidata.


Il digitale non è l’unico imputato

Il dito viene spesso puntato contro smartphone e tablet. Ed è difficile negare l’evidenza: chi cresce digitando più che scrivendo, semplicemente esercita meno la mano.

Ma il problema non nasce solo fuori dalla scuola. Anche dentro le aule il corsivo ha perso spazio. In molte primarie viene introdotto e poi rapidamente accantonato, mentre alle medie e alle superiori raramente viene richiesto in modo sistematico.

Risultato? Una competenza che, come tutte, senza allenamento si perde.


Corsivo vs stampatello: non è solo una questione estetica

Qui cade uno dei luoghi comuni più diffusi: corsivo e stampatello non sono equivalenti.

Il corsivo è più veloce, più fluido e meno faticoso. Le lettere si collegano, la penna si solleva meno, il gesto diventa continuo. In uno scritto lungo, come un tema d’esame, questo si traduce in tempo guadagnato e minore affaticamento.

Ma c’è di più. Diversi studi — tra cui quelli pubblicati su Psychological Science — mostrano che scrivere a mano favorisce comprensione e memoria più della digitazione. La lentezza obbliga a selezionare, rielaborare, pensare.

In altre parole: non è solo come scrivi, ma come pensi mentre scrivi.


Il nodo Maturità

E poi c’è la realtà, quella senza scorciatoie: la Maturità si scrive ancora a mano.

Niente tastiera, niente correttore automatico. Solo foglio protocollo e penna. In questo contesto, la velocità e la chiarezza della scrittura diventano fattori strategici.

Chi scrive lentamente ha meno tempo per rileggere e migliorare. Chi scrive in modo poco leggibile rischia di complicare il lavoro di chi corregge. E no, non è ufficialmente un criterio di valutazione. Ma ignorarne l’impatto sarebbe ingenuo.


Nostalgia o necessità?

La tentazione di trasformare il corsivo in una battaglia ideologica è forte: tradizione contro modernità, penna contro tastiera.

Ma la realtà è più semplice — e meno romantica. Non si tratta di tornare ai quaderni di calligrafia degli anni ’50, né di demonizzare il digitale.

Il punto è un altro: dare agli studenti una scelta reale.

Oggi molti ragazzi non scelgono tra corsivo e stampatello. Usano quello che riescono a usare. E spesso non è il corsivo.


Il futuro è ibrido (che ci piaccia o no)

Il video virale non è un’anomalia: è un segnale. Racconta di una scuola che fatica a bilanciare competenze tradizionali e strumenti digitali.

La soluzione non è scegliere da che parte stare, ma smettere di contrapporle.

Perché la tastiera è veloce, potente, indispensabile. Ma la penna resta uno degli strumenti più efficaci per pensare.


 
 
 

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