Non si può morire per un lavoro: la tragedia di Alessandra Casilli e la precarietà nella scuola italiana

L’11 giugno 2025 Alessandra Casilli, docente precaria, ha perso la vita in un incidente stradale mentre rientrava da Campobasso, dove aveva appena sostenuto la prova orale del concorso per la classe A040 (Scienze e tecnologie elettriche ed elettroniche).
Aveva 54 anni e insegnava come supplente al Liceo Rocci di Passo Corese. Sarebbe dovuta arrivare a Roma per una cena di classe. Non ci è mai arrivata.
Lo schianto è avvenuto sulla statale Venafrana, una delle più pericolose d’Italia, già teatro di numerosi incidenti mortali.
La sua morte, come sottolineato con dolore e rabbia dai colleghi in una lettera aperta al Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, è l’epilogo estremo di un sistema scolastico che da anni precarizza i suoi lavoratori. Concorsi accorpati in sedi lontane per ridurre i costi, prove stressanti, assenza di rimborsi o di giorni retribuiti per i partecipanti non di ruolo. Un sistema che chiede tutto, ma restituisce poco.
Il precariato è strutturale, non emergenziale
Casilli, come un quarto dei docenti italiani, era una precaria storica. Aveva studiato, lavorato, frequentato corsi di formazione, preparato lezioni e concorsi. Tutto insieme, nella speranza di ottenere finalmente un posto stabile.
Come hanno scritto i suoi colleghi:
“Si è messa in gioco nella valutazione educativa, ha studiato, fatto didattica, frequentato corsi; il tutto mentre preparava i concorsi”.
Eppure, per il sistema scolastico italiano, queste persone rimangono invisibili. Non vengono garantiti permessi retribuiti per sostenere le prove, né vengono considerate le difficoltà logistiche, economiche ed emotive che tali procedure comportano. A loro non viene riconosciuto neppure il tempo dedicato alla formazione o all’ascolto degli studenti.
La morte di Alessandra Casilli racconta qualcosa di più profondo: l’assenza di tutela, la marginalizzazione, il carico invisibile che pesa sulle spalle di migliaia di docenti ogni giorno.
Il Ministro Valditara parla spesso di “restituire autorevolezza alla classe docente”, ma finora le risposte istituzionali si sono concentrate più su retoriche punitive che su investimenti reali: codici di condotta, arresto in flagranza per aggressioni, potenziamento del voto in condotta.
La verità è che l’unico modo per restituire dignità ai docenti è riconoscerli come lavoratori, garantendo loro condizioni eque: stipendi adeguati, stabilizzazione, concorsi sensati, sicurezza sul lavoro.
Una rabbia che diventa denuncia
Dalla comunità scolastica del Liceo Rocci arriva un messaggio chiaro:
“Non si può morire sul lavoro, di lavoro, per un lavoro. Lo dice anche la Costituzione. Alessandra merita giustizia, come tutti i docenti precari che ogni giorno si spostano, si sacrificano, si spendono senza tutele”.
Questa tragedia non deve restare solo un doloroso ricordo, ma diventare il punto di partenza per ripensare un sistema che, oggi, sembra più preoccupato a contenere costi che a proteggere le persone che ogni mattina varcano la soglia di un’aula.




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